Numero 3 – Aprile 2007

Un sentiero natura nel Rivieto

di Bruno Martino
“No. Non mi vanno bene i lacci di stoffa sulle scarpe “da ginnastica”. Andranno meglio dei fili per la luce per fare così tanta strada a piedi!” E li sostituii, rimboccandomi i jeans fino al ginocchio, con una piattina bianca di plastica con i filamenti di rame ben visibili, quasi a dispetto. Di chi? Per cosa? Era solo il mio destino a condurmi via. Ce l’avevo con il mondo intero quel giorno, aspettando il mio omonimo Bruno Martino dell’Arco. Aveva promesso, insieme a Gianni Astolfi, di venirmi a prelevare, con la macchina di suo padre Renzo, a casa, per accompagnarmi fino ad Isola Liri. I miei, fin da Giugno, si erano trasferiti a Como. Terminati gli esami di riparazione, avrei dovuto raggiungerli ed avevo deciso di farmi i 750 chilometri tra Arpino e Como, a piedi. Era Settembre del 1965. Anche perché i soldi lasciatimi da mia madre li avevo fumati e bevuti in pochissimi giorni insieme agli amici. La sera prima della partenza, con il mio amico Bettino, compagno di scuola, ero andato a salutare il bidello del nostro ITIS che abitava a S. Padre. Eravamo in Vespa e prendemmo, a casa sua, una sbronza di quelle giuste, tanto che, dopo una curva…presa male, siamo caduti proprio vicino al cancello del Cimitero di Santo Padre ed abbiamo deciso di andarci a fumare una sigaretta sotto una cripta in costruzione… per rimetterci dallo spavento. Follie di diciottenni… Sono passati quasi quarantadue anni e non dimenticherò mai quel primo tratto del viaggio, tra Arpino e l’inizio della salita di Castelliri. Non avevano il permesso per venire oltre. Quando scesi dalla macchina e salutai spavaldamente Bruno e Gianni, mi parve che tutto quello che avevo, fino a quel momento, capito, posseduto, amato, goduto, tutto quello che mi aveva generato e sostenuto, stesse inesorabilmente scomparendo. Quando la macchina tornò indietro e si inoltrò tra le prime case d’Isola del Liri ed uscì dal mio sguardo, io mi senti veramente solo. Non mi sono più sentito così tanto solo come in quel momento. Un albero senza radici, senza foglie, senza fiori e senza frutti. Io, il mio futuro ancora tutto da interpretare e da costruire, uno zaino e settecentocinquanta chilometri per metabolizzare a piedi questa nuova condizione. Arpino era stata la mia culla, il Ponte il mio rifugio per diciotto anni, il Torrione, sopra l’accogliente casa dei Rizzo, il mio posto per riflettere, piangere, gustare, osservando i tetti delle case di Arpino, il silenzio e la dignità della nostra storia. Ed ancora S. Antonio, la chiesa di fronte alla quale ogni passante provvedeva a segnarsi, le case popolari un luogo d’incontro con gli amici e le amiche d’infanzia, i Barnabiti il posto dove ho mosso i primi passi da naturalista e coltivato, arrampicato su ogni ramo dello splendido parco secolare, le prime pianticelle del mio giardino spirituale che mi hanno nel tempo portato verso il diaconato. E’ lì, tra una gara di catechismo, un calcio al pallone, una partita al biliardo, le castagne lesse della selva del Cimitero cotte da fratel Bernardo con l’aggiunta di qualche sapiente foglia di alloro, che ho vissuto le amicizie più significative della mia adolescenza. Il Riviete, con il suo salto d’acqua, che spesso raggiungevo dai sentieri sotto gli orti dei PP. Barnabiti, era il luogo magico dove incontravo i miei Elfi e le mie Fate, dove piccole grotte con mani di travertino indensavano crete per pastori di un gregge e di un presepe ancora da plasmare. Lì, ciclamini, primule, viole, biancospini, bellissime felci quali Capelveneri e Scolopendri, ranocchi e serpenti, mi facevano vivere momenti di grande suggestione e l’emozione, la commozione per tanta meraviglia facevano sorgere in me tutte le domande fondamentali dell’esistenza. Mi lanciavo dalle liane di Clematis alte diecine di metri, per tentare di raggiungere la cascata schivando spesso le immondizie che purtroppo, abitualmente, venivano gettate dall’alto dello slargo dove ora c’è il monumento a Padre Pio. Chissà se c’è ancora l’acqua nel Riviete, un fosso bistrattato da sempre con scarichi e lordure di ogni tipo. Pensare che qui a Bassano del Grappa ho creato tanti “sentieri natura”, Oasi naturalistiche, rifugi alpini, Case Natura , camminamenti ameni per disabili. Dal 1978 organizzo giornate ecologiche tirando via discariche abusive nei ruscelli, nei prati e nei boschi, Quanto mi piacerebbe passare gli ultimi anni della mia vita semplicemente pulendo il Riviete, cominciando dalla cascata del Ponte, mio splendido quartiere, mia culla, mia soddisfazione. Con premura toglierei pian pianino ogni sozzura dal suo grembo, con riconoscenza, per avermi dato la luce degli occhi e quella del cuore. Proprio da quella meraviglia, da quello stupore che provavo affacciandomi lì dopo aver riempito alla fontana poco distante due bottiglioni d’acqua per la famiglia, forse molti altri ragazzi potrebbero veder fiorire la propria sensibilità naturalistica, coltivando, tra questi sentieri d’acqua fiorita, la propria appartenenza a questo universo infinito, la propria originalità, dono del mistero stesso della vita .

ZONA TOGO Ricordi di curva

Nei primi anni ’90 il nostro Quartiere non viveva un periodo aureo. Nonostante ciò, la grande curva giallorosa primeggiava come ogni anno. In questo clima le menti dei capi ultràs si arrovellavano per creare quello che di lì a poco sarebbe diventato il simbolo che avrebbe caratterizzato ogni tifoso del Ponte: la sciarpetta. Elio e Massimo Bosi hanno permesso con il loro impegno la realizzazione della prima sciarpa ultràs del Gonfalone. Quella sciarpa, realizzata con tessuto di raso rosso e stampa gialla in serigrafia, con preziose frange dorate ai lati, fece subito parte della grande storia della curva del Ponte. Ancora oggi, il mitico tifo della “Zona Togo”, è grande grazie alla supervisione e ai preziosi consigli dei fratelli Bosi… grazie ragazzi!

Quell’asino di Amedeo … mica tanto

di Fabio Lauro
Cari amici del Ponte sono stato strafelice quando il Presidentissimo mi ha proposto di raccontare la storia di Amedeo. Correva l’anno 2000 quando alla vecchia triade (Capuano, Lauro, Mastroainni ) venne in mente l’idea di dirigerci in quel di Allumiere, sulle orme al dire il vero di Vuotti, Vallone ed Arco. Allora “muoversi” per il gonfalone 3 o 4 mesi prima significava essere, per così dire, precoci (preistoria).
In quel momento ovviamente non ci stavamo inventando nulla di nuovo anche perché il nostro gancio, pensate un po’, fu proprio Adriano (l’ex proprietario di Rocco). Non ci fece grande impressione, forse perché eravamo un po prevenuti, ma la nostra fortuna fu che ci condusse a conoscere una promettente contrada: S. Antonio. (Molte erano le attinenze con il Ponte: anche noi eravamo promettenti ma come loro non vincevamo e poi ci accomunava il caro S. Antonio di “Abballe agli Ponte”.)
Arrivati alle stalle fummo folgorati da due cavalli mascherati da Asini. Erano Benito ed Amedeo e sbiancammo letteralmente nel vederli correre. Uno spettacolo mai visto al che alla mia espressione: “ce lo date Amedeo ?” risposero: “te piacesse !”. Il nostro asino per quell’anno fu Nello di nome e di fatto, ma più di questo non si poté fare. Nel frattempo fece la sua apparizione su una Panda bianca il mitico Gigi, un santone espertissimo di asini, il maestro.
Vedendo la dimestichezza con cui i ragazzini di 14 – 16 anni trattavano gli asini, la professionalità dei contradaioli e la qualità degli asini stessi , in me iniziò a concretizzarsi l’idea che forse dopo tanti anni dalla “vallata di Asini” di Gualdo eravamo finiti nel posto giusto.All’ora di pranzo, sollecitati da Capuano, andammo a degustare specialità locali da Tramontana e che scoprimmo? Che gli asini erano i suoi, e che Gigi era il suo uomo di fiducia preparatore ufficiale. Provo allora un’azione disperata su Amedeo ma senza fortuna.
La sera della provaccia tornai ad Allumiere con Marco biscottino per prendere Nello e mi vidi la prova di Amedeo: nella provaccia gli asini si scontrano due a due, parte la batteria di Amedeo lui esce dopo ¾ d’ora (che novità) supera il suo rivale e vince con 20 mt. di vantaggio.
Il mio rosicamento salì alle stelle anche perché da noi non c’era il problema delle gabbie.
Quell’anno Nello non fece una grande prova ed ecco che a Settembre, in occasione della dirittura, con Marco Pastarella partii di nuovo per Allumiere: oggetto vedere qualche buon asino. Una volta arrivati incontrai gli amici di S. Antonio e Gigi. Causa problematiche varie la dirittura non si svolse, il sole era ancora alto ed io tra un’imprecazione e l’altra (pensate cosa vuol dire portarsi Pastarella in età adolescenziale e non avergli fatto vedere quella corsa di asini, anche se non per colpa mia).
Chiedo a Gigi informazioni su Amedeo, era partito male (tanto per cambiare) volevano darlo via e si erano già accordati. A quel punto esclamai: “No.. No…No.. Voglio sapere quanto costa…!!!” Gigi: “Lascia perdere costa molto ed è stato già promesso, l’unica cosa è che lo castreranno.” No! esclamai ancora io: ” andiamo a parlare con Tramontana” . Lì al Ristorante, con Pastarella che incalzava, con tono fermo e deciso gli dissi: “Amedeo ci interessa datemi tempo di parlare alla Contrada”.
Nel frattempo contrattai il prezzo con buona pace per il mitico cassiere (Mimmo, si è sempre lui dal dopoguerra). Sulla strada del ritorno, bombardato dalle domande del piccolo Marco (non sapeva cosa gli sarebbe aspettato) ero assalito da dubbi e perplessità: Dove lo metteremo? Chi lo accudirà, Chi lo allenerà.
Arrivati ad Arpino chiamai Mastroianni raccontandogli tutto e lui mi rispose: Dove lo metteremo? Chi lo accudirà? Chi lo allenerà?. Mastroia’ è roba vecchia, ribatto io o si fa o si lascia perdere. All’inizio la mia idea di comprare l’asino non raccolse grande entusiasmo ma qualche giorno dopo ritorna Mastroianni alla carica: “dobbiamo comprare l’Asino”, io rispondo: “ebbene sia”. Si convoca d’urgenza una grande riunione del Ponte a casa di Capuano, era sera, oggetto: comprare Amedeo.
C’erano tutti, i problemi erano tanti, ma in realtà tutti volevamo un asino tutto nostro, per la prima volta un asino del Ponte. I soldi non ce li avevamo, ma questo non era un problema, la decisione fu presa ed alle domande: Dove lo metteremo? Chi lo accudirà? Chi lo allenerà?, non eravamo ancora riusciti a dare risposte concrete, ma alcune idee stavano venendo fuori.
Alle undici di sera circa faccio la storica chiamata a Gigi: “Amedeo lo compriamo”. Alcune settimane dopo partimmo per Allumiere, questa volta eravamo in tanti, tutti contenti e soddisfatti della decisione presa. Mi ricordo ancora quando detti a Tramontana, prima i soldi, contando le cantomilalire una ad una (ogni centomilalire rappresentava una mia lacrima e due di Mimmo, forse anche tre), poi la mano che suggellava l’acquisto; non mancò niente quel giorno neanche la multa al fuoristrada di Marco Biscottino. (Io ero a bordo quando ci fermò la polizia a Frosinone).
Costruimmo di lì a poco la stalla, compiti e ruoli: carpentiere del tetto e muratore Fabio Lauro, manovali addetti alla realizzazione del massetto Capuano, Palazzo e Luca Capestrone, inchiodatura tavole e taglio ferro Angelo, architetto attento all’estetica e fuochista per la bruciatura dei pali, apposizione paletti recinto Mastroainni, garzone fuorilegge perché minorenne: Marco Pastarella. L’opera fu realizzata su progetto di Claudio Cinelli, materiali dello stesso Claudio Cinelli e della ditta costruttrice di via Regina, gentilmente donati.
Spero che questo ricordo aiuti i più giovani a riflettere che il Gonfalone deve rappresentare amicizia, lealtà, tolleranza e sana competizione.
Grazie a tutti.

La signora Carfagna, indimenticabile giallorossa

di Alessandra Mastroianni
Cari contradaioli, certamente la maggior parte di voi ricorderà il volto e le gesta dell’amatissima e compianta signora Carfagna, simbolo del Ponte di allora e fiera tifosa giallorossa. Tuttavia, nonostante il ricordo di lei sia ancora vivo fra i contradaioli, mi piace riscoprirne alcuni tratti e soprattutto portare il suo nome alla conoscenza dei ragazzi più giovani.
Ebbene, lei era una di noi, indomita e gentile, determinata e cortese, esigente e disponibile, insomma un esempio costante per tutti.
Furono Anna e Paola Rea che nei primi anni settanta ebbero il merito di coinvolgerla chiedendo la sua collaborazione nel confezionamento dei primi vestiti ciociari. Con lei partirono alla ricerca delle stoffe migliori con le quali zio Mario, poi, realizzò i corpetti.
Tuttavia, nonostante questo primo impegno per il quartiere, all’inizio sembrava restia ad offrire il suo pieno contributo. Lei era una cuoca abilissima, ma al Ponte non mancavano gli addetti alla cucina e fra questi spiccavano i nomi di Pia, Gina, Virginia e Guido. Ben presto però, già sessantenne, iniziò ad aprire le porte della sua magnifica villa alla gente del Ponte, il suo Ponte. Guadagnò la stima e la fiducia di tutti ed in pochi anni rappresentò il primo riferimento per l’organizzazione della sagra. Ricordo che una settimana prima della nostra festa, chiamava a raccolta le donne del quartiere. All’appello generalmente rispondevamo io, Anna, Paola, Pia, Raffaelina, Grazia e Cinzia, ma c’erano anche tante altre contradaiole che si alternavano tra i fornelli della sua cucina.
Mi sembra ancora di vederla con la sua inconfondibile vestaglietta, le ciabatte di spugna e la sua sigaretta tra le labbra mentre ci intratteneva con il suo accento signorile reso ancor più indimenticabile da una lieve cadenza dialettale. Trascorrevamo così, nel suo giardino, caldi pomeriggi d’estate fra risate, battute e “maledizioni” al quartiere che vedevamo di fronte. Forse non ci crederete, ma la Signora Carfagna fu la prima ad iniziare la nostra tradizione di scrutatori del cielo. Infatti, era sempre con il naso all’insù ad osservare la direzione delle nuvole nella speranza di scongiurare la pioggia. Purtroppo, come adesso, anche allora le scaramanzie non avevano effetto perché puntualmente venivamo visitati dalla nuvola di Fantozzi.
Come dimenticare poi le lunghe ore trascorse intorno al suo enorme tavolo a preparare i supplì che per la sua proverbiale precisione pesava singolarmente con un’antica bilancia a piatti, le ciambelline che infornava nel forno a legna di Luigi, le susamelle, il pane grattato, il sugo per le sagne e tutte le altre specialità che rendeva tradizione nella tradizione.
L’attività della signora Carfagna non si esauriva con l’aspetto gastronomico perché il suo impegno lo garantiva anche nella realizzazione del balletto e della sfilata. Era molto attesa la sua spedizione a Pontecorvo alla ricerca dei vestiti da utilizzare per la coppia più bella.
Con il passare del tempo l’età la costrinse ad allontanare gli impegni del Gonfalone, ma la sua porta rimase fino alla fine aperta ai contradaioli che non smise mai di accogliere con l’amaro sorriso dei ricordi.
Per tutto questo, per il suo instancabile attaccamento ai colori giallorossi, per la sua ospitalità, per la sincerità, l’allegria e la bontà e per la voglia di partecipare sempre, Nitocris rimarrà nei nostri cuori. Questo era il suo nome, unico come lei.
A nome delle donne di allora mi sento in dovere di ringraziarla per tutto quello che ci ha insegnato e sono sicura che se quest’anno fosse stata tra noi avrebbe gioito per la vittoria del Ponte, proprio come facevamo insieme a lei tanti e tanti anni fa.

In arte Ringo!

di Renato Rea
Uno dei personaggi più caratteristici nella storia del Gonfalone è senz’altro Filippo Rea, in arte “Ringo”. Ma se non siete del Ponte non chiamatelo col suo soprannome di battaglia, perché potrebbe estrarre la sua Colt!
Per molti anni ha dominato la corsa degli asini, formando con il suo quadrupede “Bruna” un binomio inscindibile e vincente.
Sono molti gli aneddoti e le storie legate a questo fantino ed alla sua bestia, e proverò a ricordare ai meno giovani e a raccontare agli attuali occupanti della “zona Togo” le più avvincenti.
Innanzi tutto dovete sapere che Bruna era un’asina incredibilmente cocciuta e dotata di un drammatico (per noi contradaioli) senso dell’umorismo! Come, vi domanderete, un animale che si prende gioco degli uomini? Ebbene sì, perché ogni anno la portavamo sul percorso di gara nella settimana antecedente il Gonfalone per le consuete prove, e non c’è stata una volta, che io ricordi, che Bruna sia arrivata trotterellando al traguardo di Piazza Municipio.
Se non si impuntava alla partenza prendeva la via delle Volte (ove era situato il mulino che l’asina frequentava per…lavoro), oppure saliva sui marciapiedi del Corso Tulliano per poi andarsene verso il monumento ai Caduti. Se decideva di arrivare in Piazza lo faceva dopo almeno cinque minuti dalla partenza e dopo innumerevoli soste ed impuntature.
Insomma, ogni anno stavamo lì a dire tra noi sconsolati contradaioli: “Dobbiamo trovare per la prossima edizione un asino più affidabile!”. Ed invece la domenica Bruna si presentava alla corda (non c’erano le gabbie) e via di volata arrivava al traguardo senza vedere nessuno.
Ci mancava solo che, tagliato il traguardo, venisse in zona Togo a dirci: anche quest’anno vi ho fatto dubitare delle mie qualità ma anche quest’anno vi ho portato il primo posto… Bell’asina, non vi pare?
Ma tornando a Ringo, devo dire che lui ogni anno ci diceva di non fare quelle inutili prove sul percorso, perché tanto Bruna sapeva cosa doveva fare quando c’era da correre, perché si impegnava solo quando ne valeva la pena e c’era il pubblico delle grandi occasioni…
Durante la sfilata pre-gara e dopo la gara puntualmente vinta, Ringo & Bruna si lasciavano andare a spassosi duetti: il fantino scendeva dalla groppa ed invitava l’asina a dargli la zampa per salutare il pubblico, oppure saliva in piedi sulla groppa ed iniziava a ballare saltellando sull’asina che rimaneva ferma ad assecondare il suo padrone.
Avrete capito che non era solo il quadrupede a farci preoccupare non poco prima di farci impazzire di gioia, perché anche il bipede non era da meno! Vi racconto solo due edizioni del Gonfalone in cui quest’ultimo (il bipede) ha dimostrato tutta la sua bravura, ma anche tutta la sua bizzarria.
Un anno si presentò alla partenza un po’ …su di giri! Al via fece per salire in groppa a Bruna (lui partiva da terra perché Bruna appena lo sentiva sopra cominciava a correre) e, oplà, cadde dall’altra parte. Si mise a discutere muso a muso con Bruna, rimproverandola di averlo disarcionato e, terminato il chiarimento quando gli altri asini avevano quasi svoltato l’angolo della via vecchia, partì all’inseguimento, coronandolo all’altezza della farmacia.
Io ero alla partenza, e dopo le urla rivolte a Ringo per indurlo a non discutere con Bruna (!) ho inseguito i nostri eroi godendomi la scena della rimonta e stramazzando al suolo alla notizia della vittoria.
L’altro episodio è anch’esso da raccontare: partito stavolta bene e preso subito il largo, Ringo & Bruna arrivarono in zona Togo che il secondo asino doveva ancora raggiungere il monumento ai Caduti. Vittoria tranquilla? Macchè! Ringo pretese che Bruna salutasse i suoi tifosi, e non ripartì finchè non ritenne che l’ebbe fatto con un cenno del capo, mentre tutti noi lo incitavamo con paroline agrodolci a darsi una mossa perché i rivali erano ormai arrivati ad affiancarlo!
Insomma, c’era da divertirsi con questi due fantastici eroi, ma solo dopo aver sudato e penato oltre ogni previsione. Erano le vittorie più scontate ma sempre molto, molto sofferte.
Ed è rimasto proverbiale l’urlo di Ringo alla partenza : “Bruna, adesso andiamo a vincere”!!. E non ce n’era più per nessuno. E’ lo stesso urlo che ho sentito risuonare quest’anno…..

Il Giro del Mondo in 60 giorni!

Dopo aver viaggiato in lungo ed in largo, il nostro giro del Mondo è giunto al termine. Le squadre iscritte, con aereo, treno e bus, sono partite in quindici alla volta della prima tappa. Molte città bellissime hanno caratterizzato i nostri quesiti; i viaggiatori hanno visitato Istanbul, Pechino, Rosetta e le Isole di Salomone. Il viaggio virtuale ha avuto come altre mete il Polo Sud e gli Stati Uniti d’America. I quesiti diversi nel loro genere, hanno riguardato tematiche differenti, come il cinema, la musica, la storia, la poesia e le varie scienze. Nello svolgimento della caccia le squadre hanno dovuto fare i conti anche con delle prove bonus, che hanno unito bravura, abilità e fortuna allo stesso tempo. Diverse squadre hanno abbandonato l’avventura, molto probabilmente perché non avevano tenuto conto delle difficoltà che questa caccia al tesoro poteva comportare.
Lo scopo dell’Organizzazione è stato quello di creare un’alternativa agli ultimi fine settimana dell’inverno e far ritrovare un’importante spirito di coesione in ogni team. Visto il successo ottenuto, ci auguriamo che ancora più squadre possano divertirsi con le nostre iniziative future.
Vogliamo ringraziare tutte le squadre che hanno partecipato per arrivare alla meta finale: Casìno Royale, DESPERADOS, Ercolino, Gargamella con i Puffi, Gli Argonauti, Gli Zii di Vittoria, Glorior team, Hell’s Satana, I cichi all’arrembaggio, I PENSIONATI, I Trasea Peto, MANY BEAUTIFUL THINGS, patapan, Stile H e TSIITAS.
Congratulazioni ai … vincitori di questa prima caccia al tesoro on-line firmata Quartiere Ponte… alla prossima avventura!

Il fuoco giallorosso

di Davide Palleschi
In un anno fantastico come quello che stiamo vivendo, è bello rivivere con la mente ogni centimetro del percorso di ogni gara dello scorso Gonfalone e sentire un brivido di felicità in tutto il corpo. Io ancora non mi sono abituato a questa sensazione, e ogni volta che la provo mi dà la stessa euforia! Tutto il Quartiere era su quel percorso, nelle teste e nelle gambe dei ragazzi che hanno difeso i nostri colori! Mi piacerebbe fare un passo indietro e dedicare un piccolo pensiero a tre persone in particolare, che sono parte del Ponte da alcuni anni: Alessia, Daniele, Federico. Non servono cognomi, sappiamo tutti a chi mi riferisco. Sono tre ragazzi che hanno sempre dato anima e cuore per i nostri colori, e per me rappresentano il simbolo della tenacia che il Ponte ha dimostrato nei tanti anni di digiuno, nei quali le loro vittorie sono state una gioia ed un sorriso speciali. Anche quella gioia e quel sorriso hanno dato al Quartiere quegli stimoli che lo scorso agosto si sono trasformati nella vittoria. Anche quella gioia e quel sorriso hanno dato a tutti i pontigiani la forza di continuare a crederci, con la convinzione che il nostro momento sarebbe arrivato.Grazie ragazzi, e grazie a chi dietro le quinte li ha aiutati non solo a portare sul percorso il loro talento ed il loro entusiasmo, ma soprattutto a convincersi giorno dopo giorno della loro forza morale, quel fuoco che deve ardere dentro ad ogni pontigiano!

Un’emozione inspiegabile

di Giulia Cocco
E’ stata un’estate fantastica su parecchi fronti soprattutto perché il 20 agosto è successo l’incredibile. Una gioia sperata, ma inaspettata ha pervaso il mio cuore come quello di molti ragazzi di tutte le età del mio paese. Sto parlando della vittoria del mitico quartiere PONTE della XXXVI edizione del Gonfalone di Arpino. Quest’anno ha di nuovo finalmente vinto il mio quartiere contraddistinto, ahimè (sono laziale) (molto male ! ndr), dai colori giallorossi.
Abbiamo dominato e non c’è stata storia perché eravamo più forti indiscussamente, anche se qualcuno vorrebbe infangare questa vittoria guadagnata con il sudore e la fatica dei nostri atleti. Ma non voglio farvi la cronaca delle gare perché quella la potete leggere su internet, io voglio tentare di raccontarvi, anche se non mi sarà facile, l’emozione, anzi il miscuglio di esse, che ho provato!
Domenica 20 è stata una giornata indimenticabile, ma le emozioni erano cominciate già il giorno prima! Sabato 19 infatti è stato il giorno del momento folkloristico ed io mi sentivo semplicemente libera da ogni pensiero. Ero esausta per l’aver ballato troppo con quegli strumenti di tortura non riconosciuti chiamati ciocie, ma ero felice! Ridevo senza un perché e gli occhi e le relative occhiaie mi brillavano. Stavo bene con me e con gli altri! Per non parlare del giorno dopo: 15 ore non-stop di libidine e divertimento puri!
Tutto è iniziato verso le 11 del mattino quando mi sono svegliata per andare a pranzo con l’adorato balletto del mitico quartiere Ponte. Il divertimento a pranzo alla ‘Scopina’ o alla ‘Trattoria Antichi Sapori’ che dir si voglia è indescrivibile. Poi tutti fuoriporta a prepararsi per la sfilata nella quale eravamo i penultimi a causa del nostro piazzamento nella passata edizione! Ci aspettava una corsa contro il tempo “casa della nonna di Giorgia – tifoseria” per riuscire perlomeno ad entrare in un piccolo posticino in mezzo a quella calca enorme che si era formata. Stanche e sudate come mai lo siamo state, io e Giorgia ce la facemmo e riuscimmo anche ad arrivare in prima fila! La tifoseria un’emozione immensa! Sei lì, in mezzo a decine di altri ragazzi con la tua stessa passione e con lo stesso desiderio di vittoria, quest’anno immaginato da pochi visti i precedenti! Ma le illusioni cominciavano ad essere sempre più reali! Man mano che le gare finivano cominciava a delinearsi sempre più la possibilità di vittoria, ma nessuno voleva ammetterlo o sarebbe meglio dire che nessuno, per scaramanzia, osava dirlo. I cuori andavano sempre più veloci. Tutti sapevamo che si stava per realizzare un sogno portatoci dietro tristemente da 21 lunghi anni un po’ da tutti (anche se per me sono all’incirca 6 o 7 gli anni che sono pontigiana).
Corsa con gli asini:1°! Corsa con la carriola:3°! Corsa con la cannata:2°! Corsa con i sacchi:1°!
L’apoteosi dopo la staffetta: 2°’! Eravamo a 4 punti dalla seconda contrada in classifica cioè il Vallone. La matematica ancora non ci permetteva di stare completamente tranquilli, ma dovevamo essere proprio sfortunati se perdevamo anche quest’ anno e poi l’Arco non poteva più vincere! Eravamo felici e quella sera abbracciai tutti dalla gioia, anche chi non conoscevo. L’importante era che avesse la maglia giallorossa, il resto non importava! Un panino con la porchetta e un’aranciata calda al volo e via sotto il palco a gridare ancora forza Ponte!!! A urlare tanto che il giorno dopo non riuscivo neanche a salutare chi incontravo per la strada!!! Un’emozione bellissima quando dopo il primo tiro mi dissero che era matematico, ero fuori di me dalla gioia, sembravo quasi ubriaca, ma non era alcol era allegria, era voglia di festeggiare, di far sapere al mondo che noi avevamo vinto. Voglia di riscatto forse nei confronti dell’Arco, ma in generale di chi ci aveva sempre deriso e continuava a dire ‘‘non vincete mai’’; beh abbiamo vinto questa volta. La voglia di toccare quel gonfalone, di portarlo con noi in giro per le strade di Arpino era enorme, fremevamo mentre il sindaco consegnava le varie coppe e i vari trofei. Eravamo sì contenti per Sandra e Timoteo di cui finalmente era stata riconosciuta l’immensa bravura e dedizione verso il gonfalone e il suo aspetto folkloristico e soprattutto verso il Ponte, ma volevamo il nostro volutissimo, sognatissimo, sudatissimo e meritatissimo gonfalone! Un’ esplosione giallorossa quando ci è stato consegnato, un fiume giallorosso per le strade di Arpino e non solo, per tutta la notte! Che bello che è stato. Non so se avete capito, se mi sono espressa bene, perdonatemi perché è stata un’emozione indescrivibile da provare! E la festa non finì quella sera e non è ancora finita perché per gli ….. dovranno essere ancora mesi di inferno e per noi di paradiso!!!
Sempre fiera di essere del Ponte!

Buon compleanno Tuttoponte

di Massimo Mastroianni
Cari lettori, è passato già un anno dalla pubblicazione del primo numero di questo periodico e le cose da raccontare sarebbero già moltissime. Vorrei parlarvi dell’entusiasmo con il quale l’idea del giornale è stata accolta o della bellezza degli articoli e delle emozioni che suscitano nei nostri cuori, ma ciò che più mi preme sottolineare è la funzione di aggregazione che queste pagine giallastre riescono ad esercitare. La lettura dei sentimenti, dei ricordi e delle curiosità pontigiane, suscitano un rinnovato senso di appartenenza e amore per il proprio quartiere. Io lo avverto quotidianamente, nei contatti con i contradaioli, nelle loro proposte, nel loro entusiasmo. Il destino, poi, ha voluto far incontrare la nascita del nostro giornale con la storica vittoria del Gonfalone, quasi volesse dare una voce ufficiale alle emozioni ed ai sentimenti che tutti i contradaioli hanno vissuto in quei giorni indimenticabili. In ogni caso cullarsi sugli allori non deve essere un vizio di noi Pontigiani e per questo intendo subito “voltare pagina” e pensare a nuovi traguardi che questo giornale, ed il Ponte in generale, devono raggiungere. In particolare in questo numero sono lusingato nell’ospitare un grande concittadino nonché pontigiano e mio maestro di vita, costretto a lasciare Arpino in giovane età ma sempre indissolubilmente legato alla sua terra natale. Parlo di Bruno Martino, poeta, naturalista e uomo dalle spiccate doti umanitarie che con intelligenza ha saputo comprendere ed amare il prossimo fino a scegliere di dedicare la sua vita al servizio della comunità, partendo dalle categorie più deboli della stessa. Di lui mi colpirono la grande spiritualità, la serenità e l’amore per la natura ma soprattutto la disponibilità verso chiunque incontrasse lungo il suo cammino. Non a caso è stato detto di Bruno “nessuno deve bussare alla sua porta: è sempre aperta, e lui sta già aspettando”. Non aggiungo altro perché da adesso in poi chi non lo conosce inizierà ad amarlo e chi è stato suo amico tornerà a sentire decisa la sua voce. Io cercherò di essere, indegnamente, il suo megafono.
Adesso è tempo di leggere il giornale e prima di salutarvi voglio ringraziare gli sponsor che consentono la pubblicazione di “Tuttoponte” e che, vi assicuro, ci sostengono con tutte le loro forze. Un ringraziamento particolare anche al mitico Sandro, della storica tipografia Arpinate Stampa, che ci assiste con grande pazienza nell’impaginazione finale del giornale.
Felice Pasqua a tutti.